È la partecipazione giusta

Due giorni di gioia, condivisione e passione

“La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche il volo di un moscone
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione

Giorgio Gaber, La libertà

È a partire da queste parole tratte dal brano La libertà di Giorgio Gaber del 1972 che inizia la due giorni educatori ACR dal titolo-provocazione “È la partecipazione giusta”.

Partecipazione dunque come tema centrale di riflessione, argomento sempre attuale e mai scontato, suggerito come atteggiamento da adottare anche dal nostro pontefice Papa Francesco in diverse occasioni ai giovani cristiani, attraverso le seguenti espressioni: “Nella vita rischiate, non siate giovani da divano: la giovinezza non è passività, ma uno sforzo tenace per raggiungere mete importanti” e ancora “La “divano-felicità” è probabilmente la paralisi silenziosa che ci può rovinare di più, che può rovinare di più la gioventù”.

Ma perché è così importante partecipare per un cristiano coinvolto in un servizio di educazione dei più piccoli? E soprattutto come è possibile farlo? Sono questi gli interrogativi che determinano lo svolgimento della due giorni educatori ACR, alla quale partecipano più di una ottantina di persone fra “giovani” e “meno giovani” educatori della diocesi. 

Nel pomeriggio del sabato ci aiutano a presentare e ad affrontare questo argomento Padre Natale Brescianini, monaco camaldolese che dal 2007 vive all’Eremo di Monte Giove, e Giovanni Meletti, esperto contabile e padre di famiglia, che si sono alternati in un botta e risposta sulle domande-guida pensate per loro dall’équipe ACR. Si assiste ad un confronto interessante fra due personalità singolari che nella vita hanno risposto a vocazioni opposte. Un confronto che mette in luce, nonostante la diversità degli stili di vita, quanto la spinta propulsiva della fede sia un comune motore per la partecipazione. 

Ma entriamo nel dettaglio. Come partecipa alla vita Padre Natale? Semplicemente essendo se stesso, prendendo tutto di sé (monaco deriva da “monos” e significa unificato) e usandolo per fare qualcosa di grande e bello, perché quello che Dio ci chiede costantemente alla fine è solo: “Stai facendo ciò per cui sei stato chiamato”? Per Padre Natale partecipazione è, da una parte, libertà per aprirsi all’altro, per far vibrare l’altro (il termine persona deriva infatti dal verbo latino per-sonare cioè far risuonare) tant’è che attraverso i nostri neuroni a specchio, classe di neuroni che si attiva sia quando un individuo esegue un’azione sia quando lo stesso individuo osserva la medesima azione compiuta da un altro soggetto, siamo biologicamente fatti per entrare in relazione con l’altro. Dall’altra parte, partecipazione è verità, ovvero un processo per cui compiamo una ricerca, un percorso attraverso il quale cerchiamo come ogni uomo di raggiungere la felicità.

A Giovanni Meletti domandiamo invece, dopo la lettura di alcuni versetti del capitolo 2 della lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini, come la Chiesa e Dio ci chiedono di partecipare. “Siamo nati, quindi partecipiamo” è così che Giovanni ci vuole suggerire che, secondo lui, dal momento in cui Dio ci chiama alla vita, ci include nel Suo progetto, allora partecipiamo. Dio ha molta fantasia e grazie alla Chiesa ci chiede di partecipare in tanti modi diversi, fondamentale però è che la partecipazione sia spinta da un profondo interesse personale, da una passione, da qualcosa che ci sta talmente a cuore da dire con tutte le forze “I care”.

Entrambi sono d’accordo nell’affermare che la partecipazione è metaforicamente rappresentabile come un bacio appassionato fra due amanti: non ci piace far fatica (partecipare) quando non troviamo un senso a ciò che facciamo, partecipare deve renderci felici. E sarà proprio in quel momento che Dio ci sarà vicino per accompagnarci e farci scoprire la bellezza della vita cristiana. 

Anche se difficile, ognuno di noi deve scoprire da sé qual è il miglior modo per partecipare, così come ognuno di noi deve trovare da solo le risposte alle domande che Dio fa, perché, “non pensate che Dio ci dia tutte le risposte di cui abbiamo bisogno, Dio è domanda”, ci svela Padre Natale. 

Domande a volte impossibili da rispondere, così come la domanda di senso che Giovanni si pone di fronte ai momenti più difficili, ma che con fede e, appunto, piena partecipazione alla sua vita ha deciso di affrontare affidandosi a Dio. Giovanni ha fino ad ora vissuto diverse esperienze significative, tra le quali può vantare anche la partecipazione a diverse maratone. Gli piace affermare: “Dio ci stuzzica per andare sempre più avanti” e invita tutti noi, commovendoci, ad appassionarci e andare avanti in ciò in cui crediamo. 

Invito, quello di Giovanni, che sembra quasi essere seguito alla lettera dalla protagonista del film “Freedom Writers” attraverso il quale passiamo “la serata giusta”. Freedom Writers è un film del 2007 di Richard LaGravenese, tratto dal libro “The Freedom Writers Diary: How a Teacher and 150 Teens Used Writing to Change Themselves and the World Around Them”, che racconta la storia vera dell’insegnante Erin Gruwell e della sua classe di ragazzi problematici di una scuola superiore a Long Beach (California), la Woodrow Wilson Classical High School, dove è stato istituito il corso di riabilitazione sociale che mira all’educazione dei giovani criminali di diverse etnie e dei ragazzi a rischio. Erin riesce ad ottenere la fiducia dei suoi alunni passo dopo passo, cominciando dal comprare loro libri nuovi, molti dei quali sull’Olocausto, argomento di cui tutti gli studenti, meno uno, non avevano mai sentito parlare e iniziando un progetto di scrittura, consegnando ad ogni studente un diario su cui scrivere giorno dopo giorno la propria storia e i propri pensieri. Così facendo riesce pian piano ad allontanarli dal crimine e istruirli al meglio possibile. Nonostante il suo successo, la professoressa Gruwell viene criticata dalle persone che ha attorno a causa del suo metodo di insegnamento. Tuttavia, riesce a provare loro che il suo lavoro è realizzabile e, verso la fine del loro secondo anno di scuola, la Gruwell e i suoi studenti pubblicano un libro sulla storia dei ragazzi intitolato “Freedom Writers Diary” e organizzano un incontro con Miep Gies, donna sopravvissuta all’Olocausto che aiutò Anna Frank e la sua famiglia a nascondersi dai Nazisti.

Cosa vuole dimostrarci se non che ad un’educatrice, che crede fermamente in quello che fa, nulla è impossibile? È lo spirito della professoressa Gruwell a rappresentare quello che dovrebbe essere lo spirito ideale di un educatore tipo: determinata e tenace nel proseguire un percorso nonostante le diverse difficoltà incontrate, catalizzatrice delle energie dei giovani e motivatrice, forte e chiara nel difendere i diritti dei ragazzi e sensibile a quelle che sono le difficoltà e i bisogni legati alle vite dei ragazzi stagliandosi come mediatrice e agente di aiuto. Insomma, una donna che ha deciso con tutta se stessa di appassionarsi e partecipare, mettendocela tutta per andare avanti!

Anche la domenica prosegue secondo programma e questa volta è il turno di Lorenzo Felici, membro dell’ufficio centrale ACR, a guidarci attraverso un percorso che vuole unire le riflessioni personali scaturite dall’incontro della sera prima con ciò che ci chiedono i ragazzi e con ciò che troviamo scritto nei documenti guida della nostra associazione, per andare a discutere sulle “buone prassi” di partecipazione per renderla più efficace e funzionale all’interno dell’AC parrocchiale, nei diversi ambiti d’azione. 

“Per il nostro cammino di fede abbiamo bisogno di punti di riferimento che non riusciamo facilmente a trovare”, direttamente dalle parole dei ragazzi dell’ACR si evince la necessità di avere accanto delle figure più grandi che accompagnino loro alla scoperta di sé e della loro fede. Ci chiedono di essere per loro come fratelli e sorelle maggiori, persone di cui fidarsi, persone alle quali chiedere consiglio, con le quali confidarsi ed esprimere la propria opinione, persone da cui prendere spunto, essenzialmente ci chiedono di essere presenti. 

Teniamo sempre bene a mente che l’ACR è dei ragazzi e come tale deve rispecchiare, al passo coi tempi, quello che loro sognano. Il nostro impegno è quello di far emergere dai ragazzi la loro visione del mondo e permettere loro di rendere l’ACR bella come la desiderano. Il compito dell’educatore non è quello di mettersi davanti al ragazzo per guidarlo, né quello di mettersi dietro per spingerlo e spronarlo: compito dell’educatore è camminare sempre di fianco al ragazzo, rispettando i suoi tempi e la sua andatura. Altrimenti, il rischio poi è quello di diventare “educatori con il giubbetto”, chi aspetta la fine dell’incontro letteralmente con il giubbetto in mano, essendo presente senza condividere il percorso con i ragazzi, oppure “educatori «io sono io e tu non sei nessuno»”, quelli che conoscono tutti gli inni e i bans a memoria e hanno tutte le magliette dell’ACR, insomma quelli tutto fumo e niente arrosto. 

A proposito di ciò, Lorenzo ci fa conoscere la figura di Janusz Korczak, pedagogo polacco vissuto a cavallo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, il quale dopo aver trascorso un’infanzia difficile decide da grande di comprare una villa e adibirla a “Casa degli Orfani”. Korczak scrive:

“Dite:
è faticoso frequentare i bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete:
perché bisogna mettersi al loro livello,
abbassarsi, inclinarsi, curvarsi,
farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
È piuttosto il fatto di essere
obbligati ad innalzarsi fino all’altezza
dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi,
alzarsi sulla punta dei piedi.
Per non ferirli”.

Korczak Janusz

Korczak dedicherà tutte le sue forze a questo progetto e lo farà semplicemente giustificandosi: “ho bisogno di donare amore”. Durante la Seconda Guerra Mondiale, a causa del governo nazista, il suo centro viene spostato in un ghetto di Varsavia. Lì, Korczak permetterà ai suoi ragazzi di studiare l’opera “Ufficio postale” di Rabindranath Tagore, nonostante fosse censurata dai tedeschi, un testo forte che parla di morte e malattia, e insieme metteranno in scena questa opera con una recita. Prima che i nazisti prelevino i ragazzi per portarli ad Auschwitz, Korczak fa fare loro le valigie e dice loro di vestirsi bene. In questo modo vuole preparare i ragazzi ad affrontare le sfide della vita con fermezza e dignità. Questo educatore ha amato i suoi ragazzi fino alla fine e questo ci ricorda molto come “Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv, 13,1). 

Centralità della persona e protagonismo dei ragazzi, temi da sempre cari all’ACR e argomenti su cui interrogarsi mai fuori moda per gli educatori. Il primato della persona avviene solo però attraverso una pluralità di persone: ragazzi protagonisti richiedono educatori capaci di accettare o capaci di rimanere semplicemente nelle domande. 

Che Lorenzo parlasse delle stesse domande di Padre Natale? 

Attraverso la messa in scena da parte degli educatori presenti di alcune situazioni “classiche” che si vivono in parrocchia con l’AC, in particolare un consiglio parrocchiale, un gruppo educatori ACR e un incontro con i ragazzi, proviamo a passare dal progetto al processo. È necessario suscitare esperienza di vita concrete di formazione in cui il progetto possa essere messo in atto per mostrare le sue potenzialità, utili alla vita delle persone e alla loro crescita di fede. 

Quella che facciamo con i ragazzi è una scommessa: accompagniamo loro nel cammino, ma non possiamo pretendere di sapere che progetto Dio ha per loro. Noi educatori dobbiamo agganciare le vite dei ragazzi per permettere loro di fare questo cammino, ma non possiamo né dobbiamo risolvere i loro problemi. Può sembrare dura, ma un vero educatore proverà sempre a mettersi in gioco per i ragazzi perché, come dice il maestro Shifu, celeberrimo personaggio d’animazione del film Kong Fu Panda: “se fai solo quello che sai fare, non sarai mai più di quello che sei ora”.

Lorenzo conclude mostrandoci la carta d’identità dell’educatore AC, sei punti che caratterizzano l’educatore tipo da tenere sempre ben a mente. L’educatore:

  • È testimone della fede;
  • Ha compiuto scelte di vita e di fede;
  • È espressione dell’associazione;
  • Sa ascoltare lo Spirito;
  • È capace di relazione;
  • Ha scelto il servizio educativo.

L’AC è per tutti, ma non tutti sono per l’AC. Motore dell’educazione è la fiducia, per permettere però ai ragazzi di crescere in autonomia. Noi educatori dobbiamo imparare a tenerci da parte per lasciar essere i ragazzi. Ricordiamoci di evitare di essere troppo amici degli ACRini, di non programmare nulla di fretta e senza sussidi, di fare le cose per noia e abitudine, di vivere in modo mediocre la spiritualità. 

Poi ad un certo punto Lorenzo ci mostra un albo illustrato: è la storia della nascita di Gesù vista dagli occhi dello stesso bambinello. Si intitola “Sole, luna, stella” e gli autori sono Kurt Vonnegut e Ivan Chermayeff. E tutto ciò per ricordarci che lo strumento più potente dell’educatore è lo sguardo.

Allora, cari educatori, non abbiate paura di appassionarvi, di battervi per voi e per i ragazzi, di credere in quello che fate e in quello che siete, di rimanere delusi. Che nessuna delusione, paura, vergogna possa essere la scusa della vostra indifferenza.
Perché i ragazzi ci stanno a cuore. Appassioniamoci. Partecipiamo. 

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